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Come ti combatto il ladro di biciclette: istruzioni per l'uso

Intervista al Presidente della FIAB Antonio Dalla Venezia sulla lotta al furto di biciclette. Si parla di Mestre, ma il discorso si può allargare a tutte le città.

Tratto da Gente Veneta , no.5 del 2009

Eppure basterebbe poco per non stare poi lì a piangere perché ti hanno rubato la bici. Basterebbe essere un po' più furbi dei ladri. E occorrerebbe poi far pressione perché anche amministratori e forze dell'ordine facciano la propria parte. Perché la bici non è solo un bene che si possiede e che può essere rubato, come un portafogli o una borsa. E' un mezzo di trasporto da incentivare o meno, sul quale investire (anche in termini di sicurezza) o no. E se rubano una bici rubano anche un pezzetto di aria pulita, di libertà e facilità di spostamento, di corpo che fa movimento e si mantiene in salute. Rubano la voglia di continuare a pedalare anche quando si va sottozero, quando piove, quando tira vento, quando è buio...

Poche denunce. Questo e altro pensa il povero ciclista quando trova la catena a terra tranciata di netto e prova la sensazione sgradevolissima di non trovare più la bici nel luogo in cui era stata parcheggiata. Crescono i furti di biciclette in città: a dirlo sono le voci raccolte, non i dati. «Le denunce sono pochissime e non rispecchiano il numero di furti realmente avvenuto», ammette Antonio Dalla Venezia, presidente della Fiab (Federazione italiana Amici della Bicicletta) e tecnico di Asm che si occupa del Biciplan. I Carabinieri hanno raccolto nel 2008 300 denunce per furto solo a Mestre: quasi una al giorno. Cosa si può fare allora per arginare il fenomeno?

La marchiatura del mezzo. Da tempo il Comune di Venezia ha attivato un servizio di punzonatura delle biciclette: si incide con un particolare apparecchio il codice fiscale del possessore sul telaio e lo si evidenzia con un appariscente adesivo. Funziona? «Tra quelli che hanno punzonato il loro mezzo si sono verificati solo uno o due furti, tra Mestre e il Lido, non di più. Vuol dire che serve da deterrente», considera Dalla Venezia. Costa solo due euro, presso il Bicipark della stazione ferroviaria di Mestre e la sede di Asm al Lido di Venezia (via Pisani n. 10). In questo modo si può rivendicare a ragione il possesso del mezzo; se lo si trova le forze dell'ordine possono risalire al proprietario; e se qualcuno propone l'acquisto di un mezzo marchiato o con la marchiatura abrasa... difficile dimostrare poi che non è ricettazione.

Sistemi nazionali e locali. Esistono sistemi per la marchiatura dei mezzi che hanno una copertura nazionale, come quello che fa capo al Registro italiano Biciclette (si veda a pag. 6). A Venezia non si aderisce invece a questi sistemi, preferendo un proprio sistema locale, adoperato anche a Padova, sperimentato a Vicenza e valutato da Treviso. Come mai? «I sistemi nazionali - spiega Dalla Venezia - sono privati. Non esiste infatti ancora un registro pubblico nazionale. I privati non danno garanzia di poter garantire la continuità nel tempo: le aziende che li propongono potrebbero chiudere tra due anni. Inoltre, oltre ad una tassa di registrazione, è previsto un rinnovo ogni due o tre anni, naturalmente a pagamento. Noi puntiamo invece a un sistema pubblico diffuso nelle maggiori province venete».

Gli antifurto. C'è poi da investire sui sistemi di sicurezza passivi: catene, lucchetti e compagnia. «C'è gente disposta a spendere alcune centinaia di euro per la bici ma poi non compra un lucchetto adeguato», commenta il presidente della Fiab. «Non c'è cultura della protezione della bici. Io ho un lucchetto comprato alcuni anni fa in Germania: non è mai stato manomesso». Come si può vedere dalla scheda della pagina a fianco si può scegliere tra diversi sistemi di protezione, ma non tutti garantiscono lo stesso grado di sicurezza. «Quando abbiamo aperto il Bicipark in stazione a Mestre - racconta Dalla Venezia - abbiamo liberato il piazzale dalle bici parcheggiate. Dopo aver avvisato, abbiamo rimosso quelle non ritirate dai proprietari. Bene, il personale è intervenuto con le cesoie: alcune catene sono state tagliate come fossero state di burro, altre non sono riusciti a tagliarle. Insegna che catena e lucchetto hanno un'importanza fondamentale. Sono gli stessi negozi di biciclette che dovrebbero proporre lucchetti di qualità, mentre invece manca il più delle volte una cultura di questo tipo».

Un consiglio? Affidarsi alle marche serie, che hanno una storia e offrono prodotti garantiti da marchi di qualità di organismi internazionali. Si spende di più, certo, ma chi può garantire che la catena che offre il negoziante non sia un'imitazione fatta di ferro e piombo? «Bisogna spendere almeno 30-35 euro», consiglia il presidente della Fiab. «E' l'unico modo per mettere in difficoltà i ladri». 10 euro, insomma, per catena e lucchetto sono troppo pochi: lo sa bene chi si è ritrovato tranciato il proprio dispositivo di sicurezza. «A Verona mi risulta che abbiano fatto un accordo con una ditta tedesca, proponendo un lucchetto di qualità che tutti i negozianti vendono allo stesso prezzo. E' un'operazione che si potrebbe fare anche qui da noi».

I parcheggi. Un altro sistema sicuro per custodire la propria bici è posteggiarla in luoghi chiusi e possibilmente vigilati. E' il caso del Bicipark istituito dall'assessorato alla Mobilità presso la Stazione ferroviaria di Mestre. Attualmente ha raggiunto il massimo della capienza, con quasi 600 bici in abbonamento e alcune decine di utenti giornalieri. «Se avessimo uno spazio capace di contenere 1.000 bici sarebbe comunque pieno», commenta il presidente della Fiab. Si pagano 9 euro per un abbonamento mensile.

Per Dalla Venezia si potrebbe fare ancora di più in questa direzione: intanto attrezzare un altro bicipark in centro città, considerato l'afflusso di persone che frequenta il centro cittadino per i negozi e i servizi presenti. «In altre città europee, oltre a enormi parcheggi presso la stazione ferroviaria (fino a 5000 bici) hanno una serie di strutture piccole in centro città, per garantire chi va in centro a far spese. Sarebbe bene poi che i datori di lavoro attrezzassero locali chiusi per custodire le biciclette dei dipendenti: c'è una bella esperienza di questo tipo presso l'Università di Verona».

Quanto conta la restrelliera. Un altro discorso lo meritano le rastrelliere: quelle di una volta, a spirale, non vanno assolutamente bene. Non solo possono danneggiare i raggi della bici, ma non offrono la possibilità di legare il telaio ad una struttura fissa, come sarebbe invece raccomandabile (mai legare solo la ruota anteriore alla rastrelliera: il ladro può lasciare la ruota e portare via facilmente il resto della bicicletta!). Comodissimo da questo punto di vista è l'ormai mitico “modello Verona”. «Ormai in città ci sono diverse centinaia di portabici con ancoraggio. Resta un lavoro da fare finire di attrezzare la città con portabici di questo tipo: spero che l'amministrazione comunale se ne faccia carico».

Un danno per l’intera comunità. Di certo non si può continuare così, senza far niente. Gli Amici della Bicicletta di Verona spiegano in un comunicato che si trova anche in internet che la «percezione del furto come di un fenomeno diffuso contro il quale si è impotenti si traduce in un danno per la nostra comunità perché: scoraggia molti veronesi ad usare la bicicletta per muoversi in città vanificando così parte degli sforzi dell’amministrazione comunale che, sulla bicicletta, ha investito risorse per risolvere i problemi di traffico e di inquinamento; si traduce in una generalizzata riduzione della sicurezza dei ciclisti: molti si rassegnano ad usare biciclette poco sicure e scadenti (con conseguenze negative anche sull’”immagine” e sulla percezione sociale del ciclista urbano)». Dalla Venezia sottoscrive.

Paolo Fusco

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